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Quando scendemmo dall’aereo e attraversammo il Liverpool-John Lennon Airport, respirai immediatamente una sensazione nuova mai provata prima.
Non era il clima freddo o il vento, e neppure l’oceano a pochi passi. La sensazione che mi attraversò l’anima fu quella di tornare indietro nel tempo velocemente, come se tutto dovesse ancora cominciare e io fossi arrivato lì, in quella città di mare chiamata Liverpool.

Proprio davanti alla fermata dei taxi si ergeva gigante il – sottomarino giallo – omonimo simbolo della storica canzone e della serie cartoons che all’epoca segnò una vera e nuova innovazione all’animazione, disegnata e correlata di fantasia e avventure psichedeliche e sognanti.

L’albergo era posizionato sui docks ai bordi del molo e dell’oceano, dove 50 anni prima la zona era considerata – off limits – da tutti se non eri un marinaio, un malvivente o una prostituta.
Ora, quello stesso posto era stato trasformato in uno splendido luogo corredato di localini eleganti, ristoranti raffinati, negozi alla moda, e di quel periodo mercantile era rimasta solo qualche targa ricordo e piccoli musei.

Ma il museo di fronte a noi, che si stagliava lungo una enorme superficie orizzontale, era quello dedicato ai quattro ragazzi di Liverpool.
Il vento gelido di febbraio ci sferzava il viso mentre osservavamo l’ingresso pensando all’apertura del mattino dopo. Io fischiettai – Twist and shout

Liverpool era la città dei Beatles, quella stessa presente in moltissime loro canzoni. Ogni luogo, ogni via, ogni piazza, era il passaggio obbligato al ricordo di un brano. Gli itinerari erano infiniti, e nonostante la città non fosse una metropoli, si estendeva per un lungo chilometraggio formato da case, casette e villette tipicamente inglesi.

Dopo il museo dei Fab Four il primo appuntamento fu tra le vie del centro, dove in una strada tutta dedicata a locali di musica dal vivo approdammo all’ingresso del mitico – Cavern Club
Non era esattamente ubicato nello stesso posto originale, dopo il fallimento e la chiusura degli anni settanta, fu ricostruito internamente uguale qualche centinaio di metri più in là… Ma il colpo d’occhio era identico. La grande scritta luminosa in verticale, l’ingresso stretto e le scale a scendere verso il locale che aveva un grande banco birra, tavolini in legno, due palchi minuscoli per le esibizioni delle band, e decine di migliaia di poster dell’epoca a dimostrazione di tutte le band inglesi e americane passate attraverso quel tempo.

Posizionato lì su quel minuscolo palco, c’era il set dei Beatles, con la famosa grancassa della batteria con quella scritta con la T in maiuscolo. La folla si assiepava per scattare foto, cercare di vivere, anche se a distanza di tantissime generazioni, quel momento incredibilmente storico che fece nascere e crescere una tra le band più famose del mondo.

Ma l’avventura era appena cominciata, dopo aver trascorso la mattina a girare i vari locali dove, proprio come un tempo i gruppi si esibivano in tre tempi – mattino – pomeriggio – sera, ci attendeva il pomeriggio con un appuntamento imperdibile: il taxi FAB FOUR per un giro panoramico e immersivo in tutti i luoghi dei Beatles.
Il mezzo, classica auto nera grande inglese, era personalizzato con scritte e loghi della band e relativo sottofondo musicale durate il tragitto con i piu grandi successi del gruppo, legati ai luoghi che si andava mano a mano a visitare.

Immersi in un mondo fantastico, visto nei documentari e letto nei libri storici, passavano davanti a noi tutte quei luoghi finalmente tangibili, reali e fotografabili. Il cancello rosso di Strawberry Fields, il cimitero con la tomba di Eleanor Rigby, dove Paul e John ancora ragazzini, marinando la scuola andavano a comporre i primi brani beat e rock and roll.
Proprio di fronte, uguale al tempo trascorso, l’oratorio con il cortile dove avvenì la prima esibizione dei Quarrymen davanti a un manipolo entusiasta di ragazzini anni 50.

Il viaggio proseguì fermandosi al barbiere ad angolo di Penny Lane, scattando foto al palazzo grezzo ma affascinante del primo album da solista di Ringo Starr. Entrando nella casa a villetta con giardino di John Lennon fanciullo e seguendo gli itinerari dei viali e delle abitazioni particolarmente inconsuete di Paul McCartney e George Harrison.

I pub, le strade, i luoghi erano quelli della gioventù, l’università, la chiesa del matrimonio di Paul, il viottolo con la statua di John Lennon dell’album Rock ‘n’ roll. Un mondo avvolto dai Beatlesintroducing – e da decine di band che ancora suonavano quel tipo di musica che si ascoltava nelle radio nel 1962.

Liverpool, una città che ha saputo ricordare e costruirsi grazie a quattro ragazzi divenuti i più famosi del mondo.

Guido Tognetti

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