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Una vecchia vaschetta di cemento rovesciata, di quelle che una volta si usavano per fare il bucato. Et voilà, ecco un piccolo divano per sedersi al sole, per fare due chiacchiere, per ascoltare la natura. Esiste un salotto migliore?

Accanto alla vaschetta un cespuglio di salvia, più in là il rosmarino e più indietro l’orto… zucchine, melanzane, fagiolini, pomodori, insalata. Nel mezzo di queste meraviglie, alberi di mele e prugne.

Ne ha viste quella vaschetta di stagioni, di storie, di generazioni, feste, riunioni di parenti e amici, merende. Ha visto intrecciare agli, seccare i fagioli al sole, pulire la frutta per la marmellata, rammendare calzini, scambiarsi ricette.
Mi ha visto crescere, andare via e poi tornare, perché richiamata da un amore sempre più forte e consapevole. Era lì quando in calzoncini, giocavo con le lucertole ed era sempre lì quando poi, adulta, si brindava alla mia luna di miele.

Testimone di tanti momenti spensierati, come le serate in cui ci si riuniva al suono dell’organetto, sapientemente suonato da chi non c’è più. Ero adolescente quando seduta lì, nelle notti d’agosto, cercavo le stelle cadenti perché avevo tanti sogni da realizzare. È incredibile la facilità con cui, quando si è giovani, si guardi solo avanti. Poi arriva un momento, nella vita, in cui si inizia a voltare indietro i pensieri e si realizza che la strada che si è fatta è molto più lunga di quella che si ha davanti.

Era così rassicurante ritrovarla lì all’inizio di ogni estate, pronta ad accogliermi, lontano dal caos cittadino, in quello scorcio che mi offriva tutto quel che cercavo: amore, affetti, natura, sole, notti di luna piena.
Mi piaceva sedermi su una pietra bianca e guardare nella direzione della vaschetta, adoravo lo spettacolo dell’orto pieno di frutti colorati. Guardavo le montagne, sentivo il profumo dei fichi. Da lontano arrivavano i comandi che il contadino dava alla vacca per tirare l’aratro. Ogni cosa era al suo posto, tutto rispondeva a un ordine naturale. Con gratitudine pensavo a mio nonno e a quanti anni aveva passato in America, quando per andarci ci volevano 30 giorni di nave, affinché io potessi starmene seduta lì.

Papà aveva sempre da trafficare nella baracca degli attrezzi e mamma, in cucina, preparava il pranzo. Che buono l’odore del sugo, come lo faceva lei. Mi sistemavo la sdraio davanti alla vaschetta e ci allungavo sopra le gambe, per prendere meglio il sole. Vita e amore erano lì.

Ora ogni tanto ci torno, mi siedo sul divano-vaschetta e, sola, guardo l’erba incolta dove c’era l’orto. La baracca degli attrezzi è ancora chiusa con il lucchetto che ci mise papà tanto tempo fa. Non ci sono più panni stesi al sole e dalla cucina non arrivano i profumi del pranzo. Niente più terreni arati. Solo silenzio e finestre chiuse.
Ci torno, anche se mi fa tanto male.

Anna Venturini