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Ricontrollò se tutto era a posto, chiedendosi quante volte aveva immaginato prima quell’istante che ancora doveva accadere.
Sentì il suo cuore rimbalzare da parte a parte, come se d’improvviso stesse per esplodere o fermarsi d’incanto. Si sedette a terra, dove il cemento era più ruvido, esattamente come era stata forse tutta la sua vita. Le luci intorno distraevano il suo sguardo, ma solo per qualche istante, poi qualcosa gli suggeriva di rimanere concentrato.
Si alzò.
Le ginocchia tremarono un poco e nella mente sentì svolgersi il nastro immaginario di alcune melodie famose. Scosse la testa, qualcosa non andava. Perché, d’un tratto, tutto ciò che era passato o sepolto addirittura, ritornava attuale e lo attanagliava vivido, ingarbugliando i pensieri? Ingoiò aria, qualche traccia di saliva e respirò più lentamente, come se potesse gestire il suo stato d’animo che, al contrario, si ribellava.

Pensò a quell’adolescenza passata, a istanti di solitudine e a tutto ciò che poteva fargli bene e invece andava male. Era uno qualunque, in mezzo a un mondo di altre persone uguali, ma questo “lui“ non l’accettava. Poteva essere il contrario, poteva essere diverso, esaltante, inimmaginabile o addirittura ancestrale.
Ma era soltanto il sogno decantato di uomo in attesa al buio, al margine di una strada.

Se qualcuno l’avesse visto (si chiese) se qualcuno l’avesse fermato (si chiese) se qualcuno… Ma, non c’era nessuno.
Solo lui e l’attesa del lento trascorrere del tempo. Sentì freddo, con brividi da capo a piedi, e poi sentì caldo, perché tutto ciò che pensava era il contrario di quel che si doveva fare.
Ingoiò saliva e il male marcio del mondo, si mise sulla difensiva pensando a chi ancora lo stava cercando, ma non lo cercava nessuno. Aveva un cappotto anonimo un po’ come il suo volto specchiato nel vetro di una vetrina, persino lui stesso a volte non si salutava, perché si sentiva straniero in un viso che non conosceva.

E così si frugò nelle tasche e trovò un fazzoletto, pianse lacrime di inadempienza e si tatuò il nome di non adatto. Era un uomo fuori dal mondo, o al contrario così dentro al punto da voler uscire… Oppure sbalordire.
Ricordò quegli anni di musica, rivoluzioni sessuali, proteste per le guerre e perfino un sogno occidentale; si rigirò quel bavero come se potesse coprirsi fino ad annegarsi, fino ad uccidersi come qualche anno prima. Ma non accadde nulla, e rimase ad aspettare che l’aria fosse notte e il l’istinto un senso del dovere.

D’un tratto sentì del movimento, in quel piccolo spazio che si era ritagliato. Sapeva che era quello il suo momento e che nessun’altra occasione poi sarebbe arrivata. Chiuse gli occhi e recitò una filastrocca breve, chiuse gli occhi e disse si, come se qualcun’altro imponesse le sue azioni. Gridò no, come a combattere un moto irrimediabile di condizionamento. Il suo corpo disse si, quasi fosse un giuramento.
E poi si mosse lento, gravido, impacciato e tremante.
E poi si mosse, quasi rasentando il muro, come fosse un’ombra in una luna calante. Vide un’auto ferma, scendere qualcuno, scalpiccio di passi, in un tempo di nessuno.

Estrasse dalla tasca una pistola. Non si chiese neppure cosa sarebbe successo dopo. Chiamò quell’uomo, usando il suo cognome, sparò a quell’uomo mirandolo da vicino.

E sparò, chiudendo gli occhi, per non sentirsi più nessuno.

Qualcuno corse in fretta, altri urlarono parole, un uomo lo afferrò di fianco e lui si lasciò cadere.

Gridò come se fosse libero, come se fosse un gladiatore, lui che aveva avuto il coraggio di uccidere un leone. Si sentì preso, strattonato, urlato, si vide addosso sputi e calci e rabbia di chiunque, ma era esattamente quello l’obiettivo, essere “dovunque“.

Poi aprì gli occhi e vide un uomo, che lo guardò soltanto per un istante.
Aveva il volto bianco colorato di spavento. La donna a fianco gli disse, dai fuggiamo dentro. Ma lui non era il tipo, lui era diverso, e si avvicinò in mezzo a quella folla, creando scompiglio stupore e movimento.

Lo guardò negli occhi. Senza dire una parola. Ma il silenzio parla e sa sempre raccontare. Poi gli voltò le spalle e raggiunse l’ingresso del palazzo, dove l’aspettava la sua donna, con un semplice imbarazzo e sussurrò, all’orecchio di lei, agitata e piccina: sono vivo per miracolo, ma…Io sono vivo.

9 Ottobre 2020. Soffiò socchiudendo gli occhi e spense tutte le candeline. “immaginò” un mondo libero e migliore.

Guido Tognetti

 

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