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Il Festivalbar.
La rassegna che metteva gioia e tristezza insieme. Gioia perchè ci metteva davanti al fatto compiuto che anche l’estate appena finita ci aveva regalato grandi tormentoni, ma era anche il segno che l’estate era agli sgoccioli. Io compravo il 33 del Festivalbar, erano tutte lì dentro. Comodissimo. Ma per le feste in casa era invece ingombrante.

E allora almeno i 45 giri più importanti li compravo. Li usavo, li portavo nelle feste dove spesso mi mettevano a mettere i dischi e a comandare le luci del salone. Se la mamma era permissiva infatti, le luci le pitturavamo con i pennarelli per fare effetto discoteca.

La prerogativa dei miei 45 giri era un doppio taglio nella custodia di cartone. Uno naturale che serviva per prendere e riporre il disco, ma l’altro (dalla parte opposta) si creava con l’usura. Prendevo infatti il disco, lo suonavo, lo rimettevo nella copertina, ma il disco volava fuori dall’altra parte e cadendo si rigava.

L’altro giorno sfrugugliando un po’ nei miei vinili ho visto che il più rovinato è questo. Alan Sorrenti, “Tu sei l’unica donna per me“. Vinse il Festivalbar nel 1979. Etichetta EMI. Più graffi che microsolchi ma era bello così. A differenza di tutti i collezionisti di vinile io amo i dischi rovinati. Perchè li ho usati, li ho vissuti. I dischi così hanno un’anima.
Altrimenti il disco sarebbe solo un cimelio imbalsamato e freddo.

Fabio Martini

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