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Prima di iniziare a scrivere, mi sono domandato che cosa avrei potuto aggiungere alla storia di un chitarrista straordinario come Jeff Beck, e quali parole avrei potuto trovare, diverse, da tutte quelle finora scritte in tutti questi anni.

Così, ho pensato di dare un saluto e un commiato al quinto chitarrista del mondo (secondo ovviamente una classifica redatta dall’autorevole rivista Rolling Stone) a modo mio.

Inutile rinvangare il tempo parlando degli Yardbirds, dei suoi stili impetuosi tra blues, rock, fusion, heavy, dei vari gruppi cambiati, mutati, diversificati e dalle lunghissime collaborazioni e degli innumerevoli concerti che hanno corredato e coronato la sua vita fino alla fine.

Mi sono immaginato, per un istante, tutte le compagne della sua vita, rimaste vedove senza preavviso.
Rimaste ad attendere il prossimo giro, le scelte fra alcune di esse, le carezze e le lucidature, il cambio di corde e delle varie meccaniche.

Sì… parlo di loro, delle chitarre.
Quelle che hanno accompagnato Jeff fin dall’inizio della sua storia, dove ha iniziato a conoscere l’amore e la passione per quello strumento.

Che faranno ora, quelle chitarre?
Come avranno appreso la notizia?

Alcune si saranno strette nel dispiacere, altre avranno ricordato le dita e le mani di Jeff, che passavano veloci su di loro, altre ancora, non vorranno più uscire dalle loro custodie.
Altre si riuniranno in qualche stanza o in qualche studio di registrazione e ricorderanno attimo dopo attimo, tutto ciò che il mitico chitarrista, insieme a loro, aveva saputo costruire in un mondo costellato di stelle e sette note.

Qualcuna deciderà di non funzionare più, qualche altra, magari meno affezionata ai sentimenti, si lascerà toccare da qualche altro musicista, ma senza mai scordare o dimenticare il tocco di quelle dita capaci, impossibili da sostituire.

Ma se affinate bene l’orecchio, in alcuni momenti della notte, tutte quante, si uniscono in un coro di suoni unici, particolari, speciali.
Questa volta, sono loro, che hanno composto una musica per – lui –

Non ci credete? Provate a guardare fuori, verso il cielo, e, in qualche raro attimo di silenzio, sentirete quelle note uniche.

Come si intitola il pezzo? Semplice…Goodbye Jeff.

Guido Tognetti

 

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